tutte a scuola


 

Il progetto mira a facilitare l’accesso all’istruzione per 120 bambine della scuola primaria e secondaria

Obiettivo : contribuire al miglioramento della condizione femminile in Etiopia

Cosa facciamo

Residenza scolastica: offriamo alloggio a 30 ragazze della scuola secondaria

Sostegno scolastico: forniamo divise scolastiche e materiale di cancelleria per tutte le bambine

Avvio Attività generatrici di reddito: forniamo piccoli prestiti per iniziare attività in proprio

Campagne per promuovere l’accesso all’istruzione: sessioni di formazione organizzate per le comunità locali

Perché l'Etiopia


 

L’Etiopia è un paese in crescita dal punto di vista del Pil. Nonostante ciò si classifica al 174esimo posto su 187 nazioni censite dall’United Nations Development Programme (Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo) collocandosi tra gli stati più poveri al mondo. Basti pensare che la maggior parte della popolazione etiope ha un reddito medio individuale al di sotto di un dollaro al giorno. Altrettanto drammatica è la condizione del paese per quanto riguarda l’autosufficienza alimentare: quasi la metà della popolazione risulta essere malnutrita o denutrita. Nonostante l’Etiopia sia stata coinvolta solo marginalmente dalla grande siccità che ha colpito il Corno d’Africa nel 2011, il raggiungimento dell’autosufficienza alimentare costituisce ancora un enorme problema per molte comunità a causa dell’aumento demografico, del deterioramento dei terreni, delle tecniche agricole arretrate e della mancanza di diversificazione dei mezzi di sussistenza. I dati sono allarmanti anche per quanto riguarda lo stato di salute della popolazione, che risulta essere tra i più drammatici dell’Africa. L’Etiopia è vittima di numerose e terribili forme di endemie. La diffusione del virus Hiv tra la popolazione adulta è pari al 4,4%. Circa 1,5 milioni di persone convivono con l’Aids, quasi 100mila hanno meno di quindici anni. Le donne, soprattutto quelle incinte, sono la categoria maggiormente esposta. La malaria rimane una delle principali cause di mortalità. Tra i contagiati il 67% è rappresentato da donne e bambini. In Etiopia l’attesa di vita è di circa 54 anni. Soltanto il 53% della popolazione ha accesso a fonti d’acqua pulita. Ad avere la peggio sono soprattutto le donne incinte e i bambini. Il tasso di mortalità infantile è di 58 morti ogni 1000 nati vivi, mentre quello di mortalità materna è di 350/1000. I problemi sanitari del paese sono rappresentati da infezioni e malattie contagiose che sarebbero evitabili con campagne di prevenzione mirate e vaccini. Il sistema sanitario nazionale non è però in grado di affrontare l’emergenza. Le strutture sono poche e inadeguate; mancano, inoltre, le figure professionali idonee. Le popolazioni a rischio sono quelle che vivono nelle aree rurali remote, difficilmente raggiungibili e carenti di strutture sanitarie. Il quadro generale è decisamente allarmante. La situazione, come si evince dai dati, è drammatica e non può lasciare indifferenti. Nella società etiope le donne vengono discriminate sin dalla loro nascita. Le usanze culturali e le pratiche tradizionali sanciscono di fatto l’inferiorità della donna, rendendo la popolazione femminile una componente fortemente svantaggiata. Un altro grosso problema che affligge l’Etiopia è l’istruzione primaria per tutti: obiettivo di non facile attuazione. L’accesso all’istruzione, secondo l’ultimo rapporto Unicef, vede un paese dove la frequenza scolastica nella fascia primaria è paritaria: 45% maschi, 45% femmine sul totale degli iscritti e un raggiungimento della licenza del 40%. Ancora più allarmanti i dati sull’istruzione secondaria, i cui parametri collocano l’Etiopia al di sotto della media dei paesi meno sviluppati e a uno degli ultimi posti su scala mondiale. La percentuale di studenti iscritti alla secondaria rispetto agli aventi diritto è: 31% maschi, 20% femmine. Si tratta di statistiche preoccupanti soprattutto per le adolescenti. Una ragazza su cinque è iscritta alla scuola secondaria, ma soltanto quattro su cento completano il percorso di studi, evidenziando una percentuale di abbandono superiore al 70%. Il tasso di dispersione scolastica è molto alto a causa di problemi familiari, contesti sociali degradati e per l’assenza di interventi da parte del governo e delle autorità locali. Nelle aree rurali, in particolare, la necessità di far fronte al soddisfacimento dei bisogni primari induce molti genitori a privilegiare l’educazione dei figli maschi a discapito delle femmine, impegnate nella cura dei fratelli e delle sorelle minori, all’approvvigionamento di acqua e al sostegno delle attività produttive di sussistenza. Il limite principale è l’impossibilità di sostenere le spese per l’educazione poiché non sono previsti percorsi alternativi per bambini poveri e orfani. L’accesso all’istruzione obbligatoria è gratuito, ma occorre affrontare le spese per libri, quaderni e tutto il materiale didattico necessario, oltre a provvedere all’acquisto dell’uniforme.

Il contesto


 

La Regione Amhara, nel nord dell’Etiopia, presenta problemi propri dei contesti rurali: povertà diffusa, insicurezza alimentare, disgregazione sociale, difficoltà nell’accesso all’istruzione. A ciò si aggiunga una generale condizione della donna particolarmente complessa sia in Etiopia sia nell’area di intervento. L’accesso all’istruzione primaria presenta un Paese dove la frequenza scolastica nella fascia primaria è praticamente paritaria (64% maschi, 65% femmine) e un raggiungimento della licenza del 41%. Drammatici sono invece i dati sull’istruzione secondaria, specie per le ragazze. Solo quattro ragazze su cento riescono a completare il percorso di studi, con una percentuale di abbandono scolastico femminile ben oltre il 70% . La condizione femminile in Etiopia si riflette in diverse forme di discriminazione, tra cui la bassa influenza sui processi decisionali in materia politica, economica e sociale, e uno scarso controllo sulle risorse produttive. Nel Distretto amministrativo di Ambassel, luogo di realizzazione dell'intervento, le bambine e le ragazze appartenenti a famiglie indigenti sono doppiamente penalizzate: spesso considerate “invisibili”, non vengono mandate a scuola e restano tra le mura domestiche, oppure inviate nei Paesi del Golfo Arabo, dove sono spesso vittime delle peggiori forme di sfruttamento. Senza istruzione, la possibilità di una futura indipendenza economica e sociale e di una vita dignitosa è del tutto compromessa. Anche i dati di iscrizione e frequenza relativamente alti nascondono il numero degli abbandoni femminili soprattutto nelle zone rurali, dove le percentuali di abbandono vanno oltre il 70%. Un’aumentata istruzione femminile e un miglioramento dell’accesso a questo canale comportano numerose ricadute per tutta la comunità di appartenenza:

Sviluppo economico più accentuato: all'incremento delle iscrizioni femminili alla scuola primaria corrisponde una crescita del prodotto interno lordo pro-capite. Nei paesi in cui non c'è parità di genere nella scuola, i costi dello sviluppo sono maggiori, la crescita è più lenta e i redditi più bassi;

Istruzione per la generazione successiva: i figli di madri istruite hanno molte più probabilità di andare a scuola. Quanto più alto è il livello di scolarizzazione di una donna, tanto maggiori sono le probabilità che anche i figli beneficino dell'istruzione;

Effetto moltiplicatore: gli effetti dell'istruzione arrivano ben al di fuori dell'aula scolastica e influiscono positivamente su tutti gli aspetti della vita delle bambine. Le adolescenti che vanno a scuola sono meglio preparate a difendersi dalle malattie (compreso l'HIV/AIDS), corrono meno rischi di restare vittime di trafficanti o sfruttatori e sono meno esposte alla violenza; 

Famiglie più sane: i figli delle donne istruite sono più in salute e meglio nutriti, come risulta da moltissime ricerche e dai dati sui paesi in via di sviluppo. Ogni anno di istruzione materna in più determina una riduzione dal 5 al 10% del tasso di mortalità dei bambini sotto i cinque anni; 

Muoiono meno madri: le donne che sono andate a scuola sanno come utilizzare i servizi sanitari, migliorare la propria alimentazione e distanziare le gravidanze. È stato calcolato che ogni anno di scuola in più serve a evitare due casi di mortalità da parto ogni 1000 donne.

Nonostante modesti progressi verso la parità di genere siano stati raggiunti nel sistema scolastico, in Etiopia i tassi di alfabetizzazione e di frequenza scolastica sono tra i più bassi dell’Africa. È utile evidenziare come una ragazza su cinque si iscriva alla scuola secondaria, e, delle iscritte totali al primo anno, una su venticinque termini il percorso di studio.

la condizione della donna in Etiopia


 

Il rapporto UNGEI (United Nations Girls Education Initiative) evidenzia che in Etiopia è fortissima la violenza di genere, in particolare verso le ragazze all’interno del sistema scolastico. Diffusissima è l’umiliazione psicologica delle ragazze con pratiche che vanno oltre il bullismo, poiché vedono tra gli attuatori gli stessi docenti che non esitano a umiliare le ragazze con riferimenti sessuali e particolare violenza, accettata nonché fomentata anche dagli allievi maschi della scuola. L’abuso psicologico è ritenuto dalle famiglie uno strumento educativo per le ragazze nonché una prassi per “abituarle” a pratiche comunemente accettate e diffuse anche all’interno del matrimonio. Dallo studio emergono altri dati preoccupanti come la consapevolezza delle punizioni corporali sia da parte degli studenti sia dei docenti. La violenza verso le ragazze è evidenziata dal 34% dei ragazzi e dal 27% dei docenti. Altrettanto forte è il rischio di violenza nel percorso casa/scuola, dove il 41% degli studenti, il 77% dei docenti e il 57% dei genitori ritengono possa avvenire. La violenza sessuale all’interno della scuola è frequente: su un totale di 1.261 studenti intervistati, alla domanda dove avvengono le violenze verso le ragazze, ben il 24% ha risposto a scuola. La percentuale verso questa risposta si alza notevolmente, quando a rispondere sono i docenti (53%). Come si evince dai dati, la violenza di genere all’interno del sistema scolastico è un problema gravissimo che richiede interventi decisi se vogliamo realmente migliorare la condizione femminile. Nonostante sia stata ratificata da numerosi Stati Africani, l’Etiopia non è tra i paesi firmatari della Convenzione contro la discriminazione in ambito educativo, legittimando così la condizione di inferiorità delle ragazze in ambito scolastico. Come nella maggior parte delle aree rurali del paese, la cultura è di tipo tradizionale e patriarcale. La rappresentanza delle donne all’interno delle istituzioni distrettuali è puramente simbolica e si limita solitamente alla direzione dell’ufficio per gli affari di genere. La società locale è ancora governata da norme tradizionali che non rispecchiano il diritto familiare ufficiale, ma che si basano sull’arbitrato di poteri tradizionali come i consigli degli anziani, governati dagli uomini. Questa situazione è generalmente accettata da tutti i settori della società civile, a cominciare dalle donne stesse. Per quanto riguarda i diritti di proprietà, nonostante la legge preveda la parità di condizione, le donne ne sono sistematicamente escluse, sia nelle famiglie d’origine sia all’interno del matrimonio. Le mogli hanno accesso alle risorse produttive, ma non ne possono disporre; non hanno un controllo effettivo neanche sui proventi del loro stesso lavoro. Il ripudio per motivi economici e la violenza domestica sono offese molto comuni commesse contro le mogli, che spesso accettano questi soprusi come parte della cultura tradizionale. Raramente tali reati vengono portati in tribunale: i processi si concludono quasi sempre con il pagamento di una piccola ammenda e non con la punizione dei colpevoli. Le donne stesse sono restie a rivolgersi ai tribunali, preferiscono accettare i verdetti degli arbitrati tradizionali basati sulle norme patriarcali. Le madri partoriscono in media sei figli ciascuna, ma solo il 6% di loro ha accesso a un’assistenza medica prima e durante il parto. Solo l’8% della popolazione femminile utilizza contraccettivi esponendosi così anche al rischio di contagio di malattie sessualmente trasmissibili. Le donne hanno in media un reddito pari alla metà di quello degli uomini e il loro coinvolgimento nella politica del Paese è quasi nullo; solo il 7,8% dei seggi in Parlamento sono infatti a loro assegnati. Un’altra grossa violazione nei confronti delle donne è la pratica della mutilazione genitale. Il fenomeno dell’infibulazione è purtroppo ampiamente diffuso in Etiopia anche se, da qualche decennio, sembra essere in costante diminuzione. Secondo l’UNICEF circa l’80% delle bambine è sottoposto a una delle quattro forme di infibulazione conosciute. Questa mutilazione dei genitali comporta, oltre a un profondo trauma psicologico e atroci dolori fisici, enormi sofferenze anche negli anni successivi. Le donne soffrono infatti di dolorose infezioni uro-genitali, di incontinenza urinaria e dolori durante i rapporti sessuali. Ulteriori problemi si manifestano al momento del parto: il bambino deve infatti attraversare una massa di tessuto cicatriziale reso poco elastico dalle mutilazioni; in quel momento il feto non è più ossigenato dalla placenta e il protrarsi del travaglio toglie ossigeno al cervello, rischiando di causare gravissimi danni neurologici. Nei paesi in cui è praticata l'infibulazione, inoltre, è frequente la rottura dell'utero durante il parto, con conseguente decesso della madre e del bambino. Molto spesso, proprio a causa di queste ripercussioni sulla salute, la donna viene allontanata dalla famiglia e dalla comunità perché non ritenuta più in grado di lavorare e fare figli.

 

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